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ROCCABIANCA: FESTA DELLA DONNA 2014 - OSPEDALE GIUSEPPE VERDI DI VILLANOVA - PREMIO GIORNALISTICO ELENA FORMICA “LEGGERE LA MUSICA”

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Le magnolie per Giuseppina  
Come Manzoni, che le aveva piantate nel giardino di via Morone, Giuseppina adorava i fiori candidi e carnosi della Magnolia grandiflora.
Per compiacere l’amata, Verdi chiede un giorno ad Angelo Mariani, direttore d’orchestra e compositore, di procurargliene una decina per Sant’Agata. «Dopo aver girato tutti i giardini e le serre di Genova», il povero Mariani si reca alla stazione con il suo boschetto bene confezionato. «Ma non ha calcolato le dimensioni del bagagliaio. Il pacco, alto tre metri, non ci sta. Il capostazione consiglia Mariani di portarsi via l’enorme ingombro e di ritornare la mattina dopo per caricare il tutto sul merci». Le piante sarebbero state collocate in un vagone aperto, coperte da un telone, poiché «erano impagliate e le scintille che provenivano dalla locomotiva avrebbero potuto procurarvi un incendio». Mariani scrive la sera a Verdi raccontandogli le sue peripezie. Verdi gli risponde: «Se non sei partito, se non hai spedito le piante, invece di dieci mandane dodici…».
L’amicizia fra i due s’incrinò. La causa non furono le magnolie, ma artistici dissapori e romantiche rivalità per la bella Teresa Stolz, famosa Aida e splendida interprete del Requiem. A lei Verdi dedicò la prima pagina della partitura, conservata al Museo teatrale della Scala di Milano.

Parigi, 11 febbraio 1852

E’ notte fonda. Sto quasi per mettermi a letto, ma prima voglio scrivere queste due righe. Tremo ancora dall’emozione: poche ore fa al teatro deò Vaudeville, di boulevard des Capucines, assistemmo a “La dame aux camelias” di Alexander Dumas – scrittore assai in voga di cui mi dissero che la trisnonna era una schiava nera delle Antille, sposata al trisnonno generale bonapartista – figlio del grandissimo autore dei “Tre moschettieri”, del “Conte di Montecristo”, di altri bellissimi romanzi. Ma questo non c’entra. Sì, è vero, ebbi una forte, fortissima emozione che ancora mi pervade. Insieme a me, molte signore stavano col fazzolettino pronto per nascondervi le lagrime. Il soggetto fu tratto da una vicenda occorsa proprio al Dumas con la nota cortigiana Duplessis, che con alcuni andava per denaro, con altri per piacere. Dumas pare lo amasse disinteressatamente, come pure amò Liszt che la ricambiò ben poco. Povere donne, quanti sacrifizi, quanto sentimento gettato alle ortiche. A tratti mi parve di attraversare episodi della mia esistenza. Sbagliare ed essere perdonati è per gli uomini; per le donne non vi sono concessioni. Ripensando al mio passato, mi rendo conto di come sono stata fortunata a uscirne, e a capo alto. Anche Verdi parve alquanto turbato e tornammo a casa in silenzio.

Firenze, 6 gennaio 1853


[…] Mi è andato via l’appetito e non so quando mi ritornerà. In quanto agli investimenti, ho ancora qualche guadagno da queste rendite e per adesso lascerò i denari dove sono. Avevo deciso di andare a sentire un’opera a Pisa, ma non mi pare conveniente, e non vi andai. Forse mi faccio troppi scrupoli, forse desidero soltanto che Verdi apprezzi il mio modo di fare e la mia modestia. Per quel che vale adesso, che forse non è molto, e, anzi l’avessi avuto prima tanto senno! Mi sento cambiata e invecchiata, una donna diversa, una donna che ha puntato tutto su questo affetto e su questo futuro. Perché non mi sposa? Siamo liberi entrambi, perché mi lascia in questa condizione così mortificante? Non devo e non posso chiedergli nulla, a volte mi pare, e soprattutto pare al mondo, che mi abbia concesso anche troppo e che io non sia degna di lui e che non possa che baciargli la mano in segno di ossequio e di perpetuo ringraziamento, ma il cuore vorrebbe ben altro, il mio bene per lui vorrebbe essere ricambiato completamente. E intanto attendere.

Verona, 14 febbraio 1844


Verdi è rimasto per ascoltarmi in Robert le Diable di Meyerbeer, che ora mai dà più agio alla mia voce di distendersi e volare . Per trattenersi meco, Verdi ha chiesto il permesso al direttore della Fenice, il Conte Mocenigo, con la scusa di un’audizione da fare al tenore Vitali per l’”Ernani” di marzo proprio a Venezia. Mi spiace che debba trovare scuse per venirmi a trovare e mi chiedo se lo faccia per tacitare i pettegoli, o perché, tenendomi nascosta, non deve esporsi né impegnarsi. La stampa parla di noi, ma in fondo cos’abbiamo da nascondere e perché e per chi? Certo son donna compromessa e forse per lui solo un giuoco…Faccio finta di nulla, sono contenta che egli sia meco, mi sento innamorata, un po’ affascinata, un po’ elevata, un po’ umiliata. Non so bene ne anche io.

Sant’Agata, 13 giugno 1862

Sono ancora sola qui in campagna, ma attendo il mio Mago da un momento all’altro. A quest’ora dovrebbe essere all’incirca nei paraggi di Piacenza. Ogni volta che sta per tornare, il cuore non vuole dare segni di pace, ma si agita, ballonzola, tambureggia. Cerco di trascorrere il tempo in incombenze, per non pensare troppo al momento in cui lo rivedrò, ma non ci riesco: la mente è sempre là con lui, con quel viso che amo, nonostante tutto, con la sua figura, la sua voce, la sua presenza. L’unica cosa che dà sollievo a tanto tormento è dare ordini per fare che tutto sia perfetto al suo rientro, che trovi tutto come gli piace e desidera, che niente venga a turbare la sua mente e i suoi pensieri.

La Strepponi, con la sua grande esperienza di cantante, si trasforma in una collaboratrice valida e fidata, prodiga di consigli e suggerimenti.
Giuseppina stessa racconta il suo rapporto, in una lettera che scriverà
a Verdi il 3 gennaio 1853:
“Anche se tu non hai scritto nulla? Vedi? Non hai il tuo povero “Livello”
( nel dialetto di Lodi: persona fastidiosa), in un angolo della stanza, raccolto
sulla poltrona, che ti dice:
“Questo è molto buono, mago; no questo non è buono. Ripeti, questo è originale. Ora senza questo povero Livello, Dio ti castiga e ti obbliga ad aspettare e ti lambicca il cervello, prima che si aprano le porte della tua testa per far sì che escano le tue magnifiche idee musicali.”

Firenze, 12 gennaio 1853


“[…] Senti mio caro Mago, io non ho nulla al mondo che mi consoli, Te eccettuato! Io (e forse è male) ti amo sopra tutto e sopra tutti! Per quanto grandi, numerosi e costanti siano i miei dolori, l’amor tuo è per me tal bene, che basta a darmi coraggio per sopportare tutte le amarezze che mi travagliano. Quindi se qualche atto, parola, o mancanza talvolta ti spiace in me, perdonalo, pensando a tutto quello che vi è di triste, disgraziato nella mia esistenza!”.Scrivo un’altra lettera a Verdi, gli racconto tante cose, ma questa è la principale: l’amore che ci lega. A tratti mi pare un amore giovanile e non quello di una ben piena maturità: io non ho mai amato a questo modo e, soprattutto, non sono mai stata così vicina all’uomo che ho amato. Tutti scappavano, tutti dovevano andare da qualche parte, tutti avevano la loro famiglia o interessi che li conducevano lontano, solo lui mi tiene accanto a sé. Mi ama a modo suo, ma mi ama in modo costante e stabile. Ed è quello che ho inseguito per tutta la vita ed ora con lui l’ho ottenuto

Parigi, 28 febbraio 1852


Il tempo è volato inesorabilmente. Mi si stringe il cuore. Non certo come l’altra volta in cui non sapevo cosa il futuro mi stesse riservando, eppure con sgomento all’idea di tornare in quei luoghi cupi e gretti. Rassegnamoci. Non c’è altro modo. Da Milano ci giunge notizia di un ‘Macbeth’ caduto rovinosamente in gennaio, per colpa della pessima preparazione sia delle scene che della musica. Verdi se ne lagnò, in una lettera del 14, con l’incaricato Alberto torri che gli chiedeva una nuova opera per la Scala, così concludendo: “Per tutti i diavoli, io non scriverò mai per un teatro ove si assassinano le opere in quel modo”. E così sia. In compenso ci fu una fitta corrispondenza con Lumley, che ora sta al Teatro italiano perché voleva accettare l’incarico di scrivere un’opera per lui. Non se ne fece nulla, ma oggi ha concluso con Mr. Roqueplan, il che significa tornare a Parigi e, per me, tornare a vivere”. Dopo quella serata al Vaudeville, per ‘la dame aux camèlias’, non ho fatto che pensarci! E stamane, dopo aver concesso alcune ore di libertà alla cameriera, decisi di recarmi a comprare delle stoffe mentre Verdi era indaffarato a scrivere delle lettere. Le stoffe non le acquistai, in compenso trovai delle bellissime violette, cosa rara in questa stagione, e le portai al cimitero di Montmartre sulla tomba di Alphonsine-Marie Plessis, cioè la Duplessis ovvero Marguerite Gautier, la cosidetta signora delle camelie. Povera sfortuna giovane, troppo giovane per morire senza aver dato un senso alla propria vita. Se avesse avuto la ventura di vivere ancora avrebbe ventotto anni e invece è morta già da cinque anni. A Verdi non ho detto nulla, e quando mi ha chiesto delle stoffe gli ho solo risposto che non ho trovato esattamente quel che cercavo e che dovrò pensarci su. Perché narrargli di questo mio tratto sentimentale? Potrebbe non comprendermi. O comprendere troppo.

 

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